Il “cubo di Rubik”

Non sono mai riuscito a completare il famoso cubo di Rubik. Anzi, sarebbe meglio dire che non l’ho mai preso troppo sul serio. Forse perché i continui insuccessi non lasciavano presagire nessuna possibilità di riuscita.
“Tempo perso”, mi sono detto.
Durante il servizio di leva, nei primi anni ’80, mi è capitato tra le mani anche un articolo che spiegava esattamente mossa per mossa, ma alla fine ho lasciato perdere, perché non mi pareva né dignitoso, né di qualche utilità, risolvere un problema copiando la soluzione.
Per certi versi, l’esperienza che sto per raccontare, ha molte affinità con quella del “cubo magico”.
Nel 2008, dopo il corso di trial, ero tornato a casa carico di curiosità e con la voglia di provare ad imparare qualcosa di più, di quanto avevo solamente assaporato in poche ore di lezione. Non avendo a disposizione nessuno che mi desse dei consigli, mi affidai agli strumenti multimediali, facendo delle vere e proprie scorpacciate del dvd di Ryan Leech “Art of trials” e del sito Trash Zen.
Una volta presa una sufficiente confidenza con il trackstand ed alcuni piccoli spostamenti della bike da fermo, pensai che con un mezzo specifico, progettato proprio per agevolare certe manovre, avrei potuto progredire più velocemente e poi divertirmi esercitandomi semplicemente in casa o in garage, in particolare quando il clima non permette di uscire all’aperto con la mtb.
Questa volta però a chi potevo chiedere consigli per l’acquisto ?
Qualche tempo prima avevo acquistato un dvd intitolato “16 grammi”, nel quale si esibivano rider famosi e perfetti sconosciuti, spaziando in ogni disciplina delle ruote grasse.
In particolare, mi aveva colpito per lo stile, la bravura e la simpatia, uno “street rider” di nome “Pistone”, alias Gabriele Pampanelli.
Armato come solito di una buona dose di faccia tosta, decisi di scrivergli e devo dire che Gabriele si dimostrò davvero gentile e paziente, rispondendo puntualmente a tutte le mie assillanti richieste. Inoltre continuai a visionare decine di volte i video sia di Gabriele, sia di Danny Mac Askill, quando era pressoché sconosciuto.
A questo punto è doverosa una riflessione: “mai basarsi per acquistare una mtb, su quello che alcuni dimostrano di saperci fare. Tanto più se lo fanno con estrema naturalezza e senza apparente impegno o fatica. Anche se sono dei perfetti sconosciuti”.
Pensa e ripensa, alla fine decisi di acquistare la 24” da street trial, senza nemmeno provarne una (ma dove ?). La misura era nuova per quei tempi e prometteva di unire l’agilità della 20” e le potenzialità della 26”. Così nel giugno del 2008 arrivò dall’Inghilterra la mia nuovissima Inspired Fourplay bianca, con allestimento entry level.
Ricordo l’ansia mentre la assemblavo, per poterla infine provare, sperando di trovare le conferme che tanto avevo immaginato e sperato.
Già dal primo approccio però, mi resi conto che le cose non erano proprio come pensavo. Non servì a niente ripensare alle volte in cui mi era già capitato di restare deluso, dal primo contatto con il nuovo mezzo a due ruote.
Questa volta c’era qualcosa di più di alcune semplici novità da capire e alle quali abituarsi.
Si trattava proprio di un altro mondo.

Nella vita cerchi delle certezze. Ti aspetti che ogni cosa stia al proprio posto, che ogni percezione abbia un’origine ben precisa, ogni azione produca un determinato effetto. In quel momento invece mi sembrava di non saper fare più nemmeno le cose banali che avevo già imparato. Non riuscivo a capire perché all’improvviso, anche un “semplice” trackstand era diventato una sfida. Perché anche solo accennare ad un wheeling mi spaventava ? Perché scendere un gradino mi sembrava un suicidio ?
Ogni tanto le cose andavano un po’ meglio e riuscivo ad entrare in sintonia con il mezzo, ma i progressi non arrivavano.
Io ci ho provato in tutti i modi. Chiuso in garage, su e giù dai pallet in legno, con il freddo polare d’inverno e il caldo asfissiante d’estate. Lontano da sguardi indiscreti. Visto che ero già in età “matura” e non un ragazzino scapestrato.
Rubando tempo libero, quando tempo non ce n’era. Spremendo le ultime energie, quando per la stanchezza restavo immobile e incapace di accennare anche il più banale movimento, con la rabbia che mi assaliva, per l’impotenza e il disorientamento.
Qualche tempo dopo, rispondendo ad una mia mail, nella quale esprimevo tristemente tutta la mia delusione, Gabriele con garbata schiettezza, mi spiegò che si trattava di un mezzo molto particolare, progettato per fare anche trick estremi e che avrei dovuto imparare un nuovo modo di guidare, dimenticando per certi versi il comportamento di una normale mtb. Ovviamente l’età e la paura di farsi male (le ferite comunque non mancarono) costituivano poi un ulteriore ostacolo al mio apprendimento.

Con il senno di poi, direi che la mia non fu presunzione o incoscienza, ma semplicemente un grossolano errore di valutazione, misto ad una eccessiva dose di entusiasmo.

Eccolo li, l’enigmatico, indecifrabile, inespugnabile cubo di Rubik.
Ogni suo movimento è regolato da precisi algoritmi di calcolo, niente è casuale, nessuna magia. Devi avere un approccio innovativo e originale. Devi osservarlo con occhi diversi, non puoi pensare di completare semplicemente una faccia dopo l’altra. Non ci riusciresti mai !
Devi lavorarci continuamente, incessantemente, provare e riprovare, senza sosta per ore, per giorni e mesi. Fino ad entrare in totale sintonia con le leggi che lo governano.
Non vorrei sembrare esagerato, ma era così anche con quella splendida bike. La guardavo affascinato e ogni volta sentivo il desiderio di provarci ancora, convinto di avere trovato uno spiraglio, una possibile chiave di lettura, per poi riporla al suo posto poco dopo, esausto e deluso.
Pur di imparare anche solo le basi come il pedal kick, il manual e il bunny hop, avrei accettato volentieri un suggerimento risolutore, qualche dritta, anche il disonore di “copiare la soluzione”, ma non esistono ricette magiche per guidare una bike del genere, devi amarla, odiarla e conquistarla a poco a poco, ma da solo e magari non a 50 anni !

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